Ballano a morsi, trancichi e bocconi i pezzi di carne disinibita e varia che fuggono nell’acciaio cavo. S’imbriglia la momentanea stasi di fibre e tessuti, un rossore della carne vaccina o un pallore del pollo sono il segno carnivoro del frollare ondivago degli umani culi.
Frattanto febbrile frastuono di ferraglie fende sibilando i più casti censori.
Non vedo domande, non vedo corrucci, non vedo timori. Vedo occhi, lingue e cuori trasalire ad ogni alito di vento, ad ogni sogno che non parte, rannicchiato tra le scapole e la spina che maligno e scustumato andrà a staccare.
Il malleolo si consuma per le notti di sospiri, le giunture si deflettono a notare perdurante generale disfattismo, gelosia mista a pietismo e bucce di arance amare.
La mistura vuole ossido e disamina profonda, spento il ciglio resta l’onda a ricordare ancora il mare. Denudando d’ogni pelle le pudende e le beltade non c’è sale che conservi in distensione nervi pronti già a scattare, muscoletti intabarrati pronti a esplodere e sporcare i più puri sentimenti, disincanto delle genti che sedute e in movimento si dimentican di amare, non il prossimo in attesa, ma il presente, per difesa del diritto di volare.
Quando un culo prende il volo non è solo in mezzo al cielo, lo accompagnano gli arcangeli avvolgendolo di un velo, sollevandolo a pianure, trapassando nubi e cirri di paure. Quando un culo sale al cielo al creatore non par vero, lo spupazza senza sosta, lo rigira vorticoso, ne contempla la nascosta ambizione d’infinito.
