Il ventre dell’architetto
Bilugìn, bilugìn, rosolami una patata che più il cuor mio non mangia. Tremo ed ho l’affanno, l’inganno m’accompagna come una lagna intrisa di marmo.
Bilugìn, chi è costui? E’ un’adipe disinvolta, flaccia, caderella e metastatica. Roma è un avorio tutto intagliato a Piazza Venezia, pizza venezia t’ingozza ben bene e t’apre ventresca al caduco orrore. (chi nasce, chi muore).
Panteone, mai visto, un cartone. E si muove su un tavolo il disamore, fresco e corroso, festa di terracotta, brocca imbutata a nozze.
Corre il treno, corre, giorno e notte va, dall’imbrunire a Bressanone e trasporta semella e battiti di cuore, calcinculo e sbattimenti, letti ampi e fecondati. Ma gravido è lui, Bilugìn mio, l’artefatto montatore yankee, trippoidale architrave della cultura romanina.
Il ventre strippa e tutti, cani aguzzi, pirulenti, mogli astratte, detrattori, con superbia fanno incetta.
Di travette e mezzanine se ne giovano le arcate del costato per lo sterno sincopato che le volta.
Di muscaglie e flaccidume ne da sfoggio il poco acume dell’esposto Boullée, venerato già cimato, genuflesso ad Adriano che supino sul divano di saggezza si consola con l’antino.
Costruire è fallimento, cede il marmo col cemento, cola vita, senso e arte in un giuoco della parte. Di chi vince e poi s’ammoglia, di chi perde e resta spoglia.
Bilugìn, come t’ho detto, il Panteone, per difetto, si nasconde nel cespuglio, che subbuglio crea ed ammanta ché la trippa ha d’esser santa.
articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale n.19, pag.9, novembre 2009
