il giorno bacia i piedi
alle dinamiche premure,
alle frescure senza posa
di chi osa, noncurante
di calure e zone d’ombra,
di deserti e mente sgombra,
di altopiani già percorsi
in grossi ventri di maiali,
alle spose sempre uguali
cande vergini impotenti.
e tu ti lasci assotterrato sotto un letto di malura,
cedi spasmo e penitenza alla tua assenza che perdura,
non necessita di affanno il mondo intero cesellato,
non c’è più chi ha avuto e dato,
non c’è cane innamorato.
e allora sgomita la pelle
disattesa nell’ossario,
giunge il dromedario
con la gobba che non ha.
e tu rimpasti stesse frasi in disattesi guazzabugli,
ti nutri di radici e dici pettini d’avorio
che sbiondano e che sfrangiano capelli millenari.
ricordi quei bei giorni? quelle primavere bianche?
mordi le tue labbra come fossero appetito,
ti sazi con un dito di malevolo candito,
soccorri col turbante venti schiave di passione,
le leghi ai tuoi pensieri come fossero un burrone.
vòlano di zonzo piroette di zanzare
che cercano di pungere o di almeno pungolare
l’anonima passione dell’erettile appassito,
la moglie che si duole di non esser suo marito.






