Il letargo delle ossa

4 Dic

Cranach - Ritratto postumo del dottor Scheyring

Madido di amido
mi doro e mi domando
– mi dimeno non da meno –
domo dame del demonio?

Troppa lena buona pare
non comare ma commiato,
levo i tacchi in forma d’ozio
e mi svoglio d’erba e prato.

Mi dipano senza fretta,
friggo come cotoletta
nelle sere sparse d’olio,
nei mattini di spavento.

Non c’è vento, non c’è aria,
non c’è carne da macello.
Né cervello di pensiero
culatello passeggero.

Vergo i fogli in piroetta,
svelto il gorgo già m’aspetta.
Mi trattengono due rami di robinia,
m’abominia, mi dà pane una sventura.

Sali al bordo del vulcano
e sta’ attenta, parla piano,
che già pronto è il suo lapillo,
già carbonchio è pronta lava
per chi urlava di spavento
nel serpento di fuliggine precoce
che ti cuoce.

Perdi fiato

13 Nov

Roy Lichtenstein - Girl with tear

Corri veloce e batti le mani, non pensi che forse il tuo cuore inghiottito non darà sangue al dito, che rimasto impietrito darà segno impietoso, quando l’indice è azione, indicando la notte?

Masticando le stelle una mola ti duole. Onde, siccome suole, ridi un po’ di sfuggita, sorridi di sbieco, come l’eco di un bel ricordo che tardi s’affaccia, sulla faccia tumultuosa e stanca, sempre più bianca, sempre più cerea. Al museo delle cere t’ho vista sciolta in un gelato, t’ho lasciata seguendo il caso, seguendo lo sciame di rondini amare che portan nel becco lucenti lampare, volando sul mare, svegliando crostacei e muschi marini, restando sui pini di lattice ambrati, cogliendo di notte la brina dai prati, il tocco umidiccio, il freddo bisticcio di mano con terra.

Riparte la quiete da orecchie ululanti, trasale gli astanti, li incanta di tante parole non dette. Poi sfoggia le tette, le natiche e il sesso e tu pensi “adesso son cotto alla piastra”. La sete nerastra ghermisce i tuoi sensi, li eccita appena per scioglierli in pianto, li muta d’incanto in capelli di stoppa, in treno che rapido al buio deraglia, in ciuco che raglia perché ha perso il ciuco. L’ha perso in un buco il ciuco molesto. Il ciuco fraterno che infine è sé stesso, lontano dagli altri più scaltri e più furbi, tanato in già squallidi e svelti suburbi, con zoccoli dolci di frutti canditi e inviti lascivi per corpi giulivi.

Chi ha una soffitta da dargli in affitto? Rimane lì ritto per giorni e per sere, divora chimere, ingoia utopie, divide ricordi, discute coi sordi, ricorda sezioni, profili, emozioni, nel dubbio poi scalcia anche senza movenza, recalcitra senza apparente motivo.

Ricordi quel cielo d’azzurro argomento?

Ricordi quel vento, tra ossa e pistoni?

Ricordi quei suoni, d’uccelli caduti?

Ricordi sternuti e pruriti improvvisi?

Rezza e Mastrella introdotti da Ugo Perri

31 Ott

Un divertito e licenzioso Ugo Perri introduce i corti di Flavia Mastrella e Antonio Rezza assieme a loro.

Oculato

30 Ott

Marcel Duchamp - Fontana

Ballano a morsi, trancichi e bocconi i pezzi di carne disinibita e varia che fuggono nell’acciaio cavo.  S’imbriglia la momentanea stasi di fibre e tessuti, un rossore della carne vaccina o un pallore del pollo sono il segno carnivoro del frollare ondivago degli umani culi.

Frattanto febbrile frastuono di ferraglie fende sibilando i più casti censori.

Non vedo domande, non vedo corrucci, non vedo timori. Vedo occhi, lingue e cuori trasalire ad ogni alito di vento, ad ogni sogno che non parte, rannicchiato tra le scapole e la spina che maligno e scustumato andrà a staccare.

Il malleolo si consuma per le notti di sospiri, le giunture si deflettono a notare perdurante generale disfattismo, gelosia mista a pietismo e bucce di arance amare.

La mistura vuole ossido e disamina profonda, spento il ciglio resta l’onda a ricordare ancora il mare. Denudando d’ogni pelle le pudende e le beltade non c’è sale che conservi in distensione nervi pronti già a scattare, muscoletti intabarrati pronti a esplodere e sporcare i più puri sentimenti, disincanto delle genti che sedute e in movimento si dimentican di amare, non il prossimo in attesa, ma il presente, per difesa del diritto di volare.

Quando un culo prende il volo non è solo in mezzo al cielo, lo accompagnano gli arcangeli avvolgendolo di un velo, sollevandolo a pianure, trapassando nubi e cirri di paure. Quando un culo sale al cielo al creatore non par vero, lo spupazza senza sosta, lo rigira vorticoso, ne contempla la nascosta ambizione d’infinito.

Kamas’urta

28 Ott

Particolare di vaso greco

Lambisco le guance di lance sottili. Dismembro il costato, trapunto e filato, con dita ridenti distese e leggere. Tu volgi il bacino, disarmi la bocca, io levo gli ormeggi, dinocco le gambe. Trattieni il respiro fin tanto ch’è notte, io poggio la tempia sull’anca rapita. Il femore alterno dimena le spire, fremendo di palpito già giugulare. Il collo sui denti diventa parlare, il seno e la spalla si vogliono armare di tante spiacevoli amare distanze, di anse svuotate già pronte all’invaso di gelido marmo alla prima marea. Le natiche atterrano di chetichella il sesso barbuto ch’è sempre piaciuto. Di spesse premure, di gomiti aperti, di volti scoperti al primo albeggiare. Tuffarsi nell’onda di scapola e addome, sentire il burrone, cadervi se piove. Tensione dei muscoli avvolti al torace del corpo che piace vedere e ammirare. Del timido sterno, preludio d’inverno, dell’ampia fiancata per corsa affannata, dell’utile piede che offerto a chi vede nasconde la forma del timido abbraccio, del dire “ti piaccio” spolpandosi affanno. Tradire l’inganno del corpo che pensa e fuggire di struscio, giocandosi a soffi la vita percossa, la notte riposta nel terzo cassetto, finito l’affetto e a letto disfato.

Il cigolìo della porta accanto

25 Ott

Edward Hopper - Summer evening

Sono caduti dal tuo piatto, come svenuti per mancanza di rabbia, dei neri lombrichi.

Solitamente divorano febbre e mancanze di sonno, divorano il nonno che piange il nipote, dilacriman gote patite di rosso. Ma tu li mangiavi come primizia, ne saggiavi le carni, ridenti delizie, ne offrivi ai vicini, già chini di spasmo, esplodevi d’orgasmo sentendoli torcere dentro di te.

Sei mesi a mangiare sgomento e lombrichi, pulendo la bocca con foglie di fichi, tenendo le mani sul fico più basso ché sia carezzevole frutto d’amore, crescevi il pancione e sentivi scalciare i mille peduncoli, zampe a bussare sul ventre sotteso. Un otre che gonfia nasconde tumulti, nasconde sussulti, serate e baldoria, nasconde la boria d’un bacio distratto, nasconde del sesso tristissimo e matto, da basso macello, in cui la braciola s’abbraccia il budello, brandello di grida in rapida uscita fremita di caldo.

Ma il sacco non regge a pressioni montane, si fende di crepe e si lascia scoppiare, svelando alla vista un putrido guazzo, un figlio abortito coperto di vermi che inermi ne succhiano il bianco lattòre.

E quando, lavati via i neri lombrichi, rimane ebetito e consunto poppante, da carni rimolle e digià masticate, si spunta di forza una gialla violetta sul cranio nevoso ov’è fontanella.

La mamma l’annaffia di latte materno ma il padre non cede a quello che vede. Rapito s’insedia nel suo cupo umore, si fugge e ripudia quel figlio distante che non ha sembiante. Non è opera sua e di già se ne va, cercando una donna cui dir due parole, cercando vertigine e un po’ di calore, con voglia crescente di sperperare seme per figli di classe, di buona fattura, da dimenticare alla prima frescura.

Incessante abitare notturno

23 Ott

René Magritte - Il sedici settembre

Era sceso, di soprassalto, avvertito da un dolore ai reni [di solito non credeva al suo corpo]. Dabasso era buio e accese la luce. La luce, svegliata d’improvviso, controllò che fosse tutto a posto, poi lo spense e tornò a dormire.

Bianchi angoli di case, di ricordo controvoglia. Bianchi spigoli di neve tra una porta e la sua soglia. Cosa porti nel cestino? Del cemento peperino.

Della casa ho ben memoria, era prona sui suoi lati, ben basata sulla roccia, con la doccia e l’acqua calda, bellettata di coriandoli e di gessi fioriture.

Una casa nella notte alimenta la paura, meglio il suolo manto erboso, meglio perdersi nell’estro: fianco destro al dormiveglia e sinistro alla spiacevole pregnanza della mente che rimastica diurna la mattanza, infarcendola di tanti beneamati salamini.