CANTO II: Mater Icas

Mi fu riaperto il sole dentro un chiostro

LXV. Ma io non volli tanto ero perplesso

D’aver traduto patria e germe nostro

Per chi cacava latte dentr’a un cesso.

Mi trasse fori il Dente Del Giudizio

Pescandomi sì fossi pesce lesso

LXX. Lo guardai stretto e dissi a quel bel tizio

Deh caro dente sono io il perdente

E morirò tra eccesso e parco vizio.

Ei sgangherò e tirandomi un fendente

lasciòmmi a terra come salinitro

LXXV. Mi mendicai da povero indigente

Tre sputi di cipolla secchi in vitro

Percossi il giro periplo del posto

Vendendo il mio sudore ad oncia e a litro

Ma non valea fatica il poco costo

LXXX. E armaneggiando con la manovella

Tritai della sorgiva il duro crosto.

Sbudellai della terra le mantella

Tracciando la mia indole sul magma

Ed incontrai Materica donzella

LXXXV. Che sobbalzava ai bordi dell’enigma

Chiedendo alla mia prole dura prova.

«Non so chi t’abbia dato questo dogma

ma i miei tre figli sono ancora uova,

sì donami letame di cavalla

XC. intanto che la gatta ancora cova.»

La bruna si spogliò la destra spalla

E come si conviene alle matrigne

Che dormono nel credo che le avvalla

Mi fé vendemmia di sue fresche vigne.

XCV. Io svelto misi scapola e polpaccio

Come pinoli nelle meste pigne

E le cavai godere dall’impaccio.

Ella m’avvolse tutto col suo pianto

Ed io la violentai sotto al mio braccio.

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