La monastica minore

Si conviene che nelle mezze primavere altomedioevali i bufali avessero sviluppato una resistenza maggiore alla dispersione di calore che decimava i settembrini. Non per questo lo sviluppo della religione apostolica distrusse le costole di un cristo ormai putrescente.

La soluzione al male di vivere, rerum memoriae, affanno novecentesco ante litteram, fu basalto murato nel quale rannicchiare il proprio ego e renderlo servile. La sparizione totale della presenza umana coinvolgeva latifondisti dallo sguardo marmoreo sottoposti ad una gerarchia comunale sempre affamata.

Nessuno puntò lo sguardo verso l’indulgenza che una mattina sorse al posto del sole, venne scambiata per gabella e liquidata con un sorriso che interagiva con il cosmo. Ma la cosmogonia riportava un risultato secco: tra l’uomo e il cosmo il primo era nettamente in vantaggio, contro ogni secrezione ghiandolare.

La perdita di senso era la ricerca pedissequa di quei tempi, troppo oscuri perché la gente potesse riconoscersi per strada. La necessità era quella dello smarrimento che definisse bestie e genti come marmellata.

Si distinguevano nei ceppi familiari ramoscelli d’olivo impuri che germinavano nelle discordie tra casate. Troppo spesso la mancanza di una dinastia produceva vortici di pane grattato in una feudalità ancora troppo rurale per diventare modello.

Ma il motivo principale d’un timore riverito era l’aspersione di coscienze in monacali conventi serviti d’optional e non di concetti.

Sebbene la grande monastica s’occupasse di carri e buoi, temendo la sparizione di questi ultimi, nessuno s’adombrava di scontentezza nel vedere questi monaci contendersi il vitello grasso ipotizzando un figliolo da nutrire che non era però consentito dalla castità religiosa.

Dalla decorazione di parole per svuotarne il senso, al famoso motto “ora et labora” che cercava lo smarrimento di significato nella dicotomia tra terra e cielo, la grande monastica era quello che ogni uomo cercasse, tutto era perfetto ordine d’un dio che poteva anche assentarsi senza timori.

Quella che più fece nella peritura ombra dei conventi claustrali, fu però la piccola monastica. Era una donna minuta e silente, con due seni nascosti anche alla pelle e un fiore appassito a causa dei troppi anni in manicomio.

Era nascosta in una grondaia del monastero tedesco di Koln, in anni non meno sospetti, e figurava nella parte del Basso Medioevo in chiese rurali delle campagne abissine.

Era detta Minore perché tarda di mente ma svelta di corpo, svendeva una copula per meno di un santo. Venti anni nutrì amore elettrico per la madre del martire appena giunto. Ma la donna non faceva altro che immaginare il figlio vivo a vendemmiare vigne calzando il signore.

Così questa piccola donna, sarebbe la causa della fine della cultura medioevale.

Gli astrolabi sulla sua testa dipingevano la calura estiva che rivoluziona le ellissi, e così smarrì il senso nella continuità dei suoi giorni. Gli anni di manicomio medioevale pari a rogo cerebrale esteso delle facoltà maiuscole, le diedero la forza di distruggere la grammatica ancora non dantizzata e dare caso al dialogo. Nessuno udì la sua voce che fu distrutta dalla trapanazione coatta del suo cuore a causa del seno destro che si versò timido alla notte.

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