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Perdi fiato

13 Nov

Roy Lichtenstein - Girl with tear

Corri veloce e batti le mani, non pensi che forse il tuo cuore inghiottito non darà sangue al dito, che rimasto impietrito darà segno impietoso, quando l’indice è azione, indicando la notte?

Masticando le stelle una mola ti duole. Onde, siccome suole, ridi un po’ di sfuggita, sorridi di sbieco, come l’eco di un bel ricordo che tardi s’affaccia, sulla faccia tumultuosa e stanca, sempre più bianca, sempre più cerea. Al museo delle cere t’ho vista sciolta in un gelato, t’ho lasciata seguendo il caso, seguendo lo sciame di rondini amare che portan nel becco lucenti lampare, volando sul mare, svegliando crostacei e muschi marini, restando sui pini di lattice ambrati, cogliendo di notte la brina dai prati, il tocco umidiccio, il freddo bisticcio di mano con terra.

Riparte la quiete da orecchie ululanti, trasale gli astanti, li incanta di tante parole non dette. Poi sfoggia le tette, le natiche e il sesso e tu pensi “adesso son cotto alla piastra”. La sete nerastra ghermisce i tuoi sensi, li eccita appena per scioglierli in pianto, li muta d’incanto in capelli di stoppa, in treno che rapido al buio deraglia, in ciuco che raglia perché ha perso il ciuco. L’ha perso in un buco il ciuco molesto. Il ciuco fraterno che infine è sé stesso, lontano dagli altri più scaltri e più furbi, tanato in già squallidi e svelti suburbi, con zoccoli dolci di frutti canditi e inviti lascivi per corpi giulivi.

Chi ha una soffitta da dargli in affitto? Rimane lì ritto per giorni e per sere, divora chimere, ingoia utopie, divide ricordi, discute coi sordi, ricorda sezioni, profili, emozioni, nel dubbio poi scalcia anche senza movenza, recalcitra senza apparente motivo.

Ricordi quel cielo d’azzurro argomento?

Ricordi quel vento, tra ossa e pistoni?

Ricordi quei suoni, d’uccelli caduti?

Ricordi sternuti e pruriti improvvisi?

Oculato

30 Ott

Marcel Duchamp - Fontana

Ballano a morsi, trancichi e bocconi i pezzi di carne disinibita e varia che fuggono nell’acciaio cavo.  S’imbriglia la momentanea stasi di fibre e tessuti, un rossore della carne vaccina o un pallore del pollo sono il segno carnivoro del frollare ondivago degli umani culi.

Frattanto febbrile frastuono di ferraglie fende sibilando i più casti censori.

Non vedo domande, non vedo corrucci, non vedo timori. Vedo occhi, lingue e cuori trasalire ad ogni alito di vento, ad ogni sogno che non parte, rannicchiato tra le scapole e la spina che maligno e scustumato andrà a staccare.

Il malleolo si consuma per le notti di sospiri, le giunture si deflettono a notare perdurante generale disfattismo, gelosia mista a pietismo e bucce di arance amare.

La mistura vuole ossido e disamina profonda, spento il ciglio resta l’onda a ricordare ancora il mare. Denudando d’ogni pelle le pudende e le beltade non c’è sale che conservi in distensione nervi pronti già a scattare, muscoletti intabarrati pronti a esplodere e sporcare i più puri sentimenti, disincanto delle genti che sedute e in movimento si dimentican di amare, non il prossimo in attesa, ma il presente, per difesa del diritto di volare.

Quando un culo prende il volo non è solo in mezzo al cielo, lo accompagnano gli arcangeli avvolgendolo di un velo, sollevandolo a pianure, trapassando nubi e cirri di paure. Quando un culo sale al cielo al creatore non par vero, lo spupazza senza sosta, lo rigira vorticoso, ne contempla la nascosta ambizione d’infinito.

Kamas’urta

28 Ott

Particolare di vaso greco

Lambisco le guance di lance sottili. Dismembro il costato, trapunto e filato, con dita ridenti distese e leggere. Tu volgi il bacino, disarmi la bocca, io levo gli ormeggi, dinocco le gambe. Trattieni il respiro fin tanto ch’è notte, io poggio la tempia sull’anca rapita. Il femore alterno dimena le spire, fremendo di palpito già giugulare. Il collo sui denti diventa parlare, il seno e la spalla si vogliono armare di tante spiacevoli amare distanze, di anse svuotate già pronte all’invaso di gelido marmo alla prima marea. Le natiche atterrano di chetichella il sesso barbuto ch’è sempre piaciuto. Di spesse premure, di gomiti aperti, di volti scoperti al primo albeggiare. Tuffarsi nell’onda di scapola e addome, sentire il burrone, cadervi se piove. Tensione dei muscoli avvolti al torace del corpo che piace vedere e ammirare. Del timido sterno, preludio d’inverno, dell’ampia fiancata per corsa affannata, dell’utile piede che offerto a chi vede nasconde la forma del timido abbraccio, del dire “ti piaccio” spolpandosi affanno. Tradire l’inganno del corpo che pensa e fuggire di struscio, giocandosi a soffi la vita percossa, la notte riposta nel terzo cassetto, finito l’affetto e a letto disfato.

Il cigolìo della porta accanto

25 Ott

Edward Hopper - Summer evening

Sono caduti dal tuo piatto, come svenuti per mancanza di rabbia, dei neri lombrichi.

Solitamente divorano febbre e mancanze di sonno, divorano il nonno che piange il nipote, dilacriman gote patite di rosso. Ma tu li mangiavi come primizia, ne saggiavi le carni, ridenti delizie, ne offrivi ai vicini, già chini di spasmo, esplodevi d’orgasmo sentendoli torcere dentro di te.

Sei mesi a mangiare sgomento e lombrichi, pulendo la bocca con foglie di fichi, tenendo le mani sul fico più basso ché sia carezzevole frutto d’amore, crescevi il pancione e sentivi scalciare i mille peduncoli, zampe a bussare sul ventre sotteso. Un otre che gonfia nasconde tumulti, nasconde sussulti, serate e baldoria, nasconde la boria d’un bacio distratto, nasconde del sesso tristissimo e matto, da basso macello, in cui la braciola s’abbraccia il budello, brandello di grida in rapida uscita fremita di caldo.

Ma il sacco non regge a pressioni montane, si fende di crepe e si lascia scoppiare, svelando alla vista un putrido guazzo, un figlio abortito coperto di vermi che inermi ne succhiano il bianco lattòre.

E quando, lavati via i neri lombrichi, rimane ebetito e consunto poppante, da carni rimolle e digià masticate, si spunta di forza una gialla violetta sul cranio nevoso ov’è fontanella.

La mamma l’annaffia di latte materno ma il padre non cede a quello che vede. Rapito s’insedia nel suo cupo umore, si fugge e ripudia quel figlio distante che non ha sembiante. Non è opera sua e di già se ne va, cercando una donna cui dir due parole, cercando vertigine e un po’ di calore, con voglia crescente di sperperare seme per figli di classe, di buona fattura, da dimenticare alla prima frescura.

Le cesoie, non questa notte

26 Ott

Egon Schiele - Nu Assis

ok, era una mattina.
va bene il freddo e le ossa, ma io non sono un cardigan, e non mi appoggio disinvolto sulle spalle. così dimentica ed esci lo stesso, senza di me.
il freddo e le ossa, puntuali tra dieci minuti, alla fermata della filovia.
punta i piedi in terra quando le porte si aprono e rifiuta di entrare. affacciati e cerca i due bavaresi che cantano e bevono birra. non c’è posto per te.
le porte si chiudono e rimani fuori per metà. l’altra scivola il battente via cavo verso l’india.
se fosse rimasta la metà dolce saresti sposa, ma è rimasto il sale e pietrisco rimani.
la pioggia è lontana ma tu la temi.
passa un cardinale che non ravvisando nella tua essenza un dio preferisce un’auto riservata alla tua palestra personale. ti ignora e viola il tuo messico.
se piangessi sale sarebbe prosa romantica, ma non puoi. la tua testa è cava ed ora è già a rimini.
chi decide cosa fare di un tronco di sale?
ti stanchi e muovi a nord, dissipandoti nei venti di scirocco, bruciando gli occhi delle talpe che incaute s’affacciano a guardare.
nel tuo occhio il tulipano perde foglie, voglie e moglie, resta solo ad aspettare che il papavero sia oppio. tu lo cogli, ma non cogli le sue voglie, s’indispetta e a capolino dal trambusto lui si getta. tu ritorni un corpo solo, per speranza di correnti.
torni triste verso me che non t’ho coperta ancora. io t’abbraccio per la vita (questa sola m’è rimasta) ma lo spiffero salmastro, prima ancora ch’io sia abete, ti dilania di fessure e ti riduce
a chetichella.
te la squagli nel bicchiere che risale la pressione, areostatico ricordo di un cerino senza fuoco.
vuoto a perdere a ritroso, chi li trova li riporti nella sacca del condono che arripaglia i vini e i morti.

Le angiole di Carlo

9 Ott
Hanno partorito gli angeli, un uovo di cioccolato, sotto il mio letto.
Capisci?
Dovrò chiamare la stradale e anche qualche fotografo.
Due angioletti, quasi puttini e non ancora arcangeli.
Oh che impressione farà alla mia mamma quando bussando alla parete di cemento le racconterò questa storia.
Forse ne morirà.
Oh povera mamma. Forse è questa la sorpresa dell’uovo: la morte di mia madre.
Allora li scaccerò, come i piccioni, maledetti angeli senza padrone.
Scacciati dal mio letto forse troveranno posto in un motel decoroso e si ameranno. Forse si toccheranno.
Ma io cosa faccio di quest’uovo?
Aprirlo non posso, dentro c’è mia madre morta. Lo regalerò a mio padre.
Desiderava tanto un cuore di maiale, ma un uovo di pasqua, per la prossima ventura, gli basterà.

Fisionomia delicata (patogeno adenoma erettile)

8 Ott

Joel Peter Witkin - Ars moriendi

Fra tante conserve
le serve si spartono
e partono in corse
frenetiche e accese
difese soltanto
dal manto d’inganno
del panno divano
diafano delfino
nasciuto natato
nei mari del nord.

C’è un sorriso a forma di verme che giace nascosto in un sottomarino al largo di Ustica. Come le cose grandi non ha rilievo, ma ventidue sono i denti che ne reclamano paternità.
Un giorno Teodoro, teosforo per passione, dentista per confraternita, decise che un mare non è troppo per dipingere l’infinito. Saltò nel blu e sparì.
Erano tempi senza sospetto e senza malizia, così la gente pensò ad un Toro.
Le allegre comari non parlavano senza malizia e furono mute. I venditori non erano ammessi alle cerimonie religiose.
Ai tre quarti di un’ora già ne inghiotte di acqua un polmone. E l’altro polmone è un pesce senza mare che nuota in un torace disatteso dai fatti.
Finalmente è finito il pellegrinaggio dai miei piedi asciutti, e tutti voi siete in ginocchio. Ma dove ho messo il mio bastone? Non posso stuzzicare i denti senza un bastone nodoso. Ho bisogno del mio bastone più che d’un pernod.
Ma a te che gentile servetta, mi porgi il nodo, ho riservato un piedatér, un glaucoma minuscolo, sedici piccole punte di cardo.
Della donna ho sempre amato la linea. Del ghepardo il minuscolo piedino. Della terra che si apre sotto i miei piedi annuso l’inganno che non mi cuoce ancora.
Dei bonzi decorati a festa passeggiano nel mio giardino. E io li schernisco con lance e giavellotti. Cade il primo bonzo, cade il muro, una folla di centurioni si riversa sull’altare e sposa Nostra Signora, che tutti ama.
Il calice desume dall’ostia il corpo, ma il vino non comprende dall’acqua il sangue. Perciò le notti corrono veloci senza veduta sul mare.
Dalla balconata gli amanuensi cercano il mare, ma le navate sull’oceano affonderebbero, gli arazzi si bagnerebbero, il naufragare non è adatto a un dio.
Lavami le scarpe, stasera vado a prendere un bagno che sia di buon auspicio per domani.
A te che parlo sempre, che non mi ascolti mai, donnola di servizio e di aspirina.
Il mondo non è pronto per il mio radar a nocciole. Molte lune debbono ancora ergersi sul letto di alabastro.