Il marchese del grillo

C’è una stradina che si riposa
tra via dei fori e la nazionale
ci sono andato con la morosa:
una salita che non ha scale

un bugigattolo mi ha colto di meccanismi lasciati al casio, di frettolose sbirciate frasi per un fremìre di solità. monicelli, malvagetto, tu lasci il paggio per il cocchietto, tu dai l’anarchico ma senza posa, fai marchesato d’un gran burino, citando twain lo fai sdoppiato e impoverato, napoleone è l’illusione che gran cojone chi l’ha seguito.

la donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole, quando il grillo si riposa, scialli al vento di gran dame che gli oscurano le brame. machiavellico per scherzo, l’ozio è una dote per chi s’è perso la vita sua nel gran frastuono.

meh! e quel brigante di gran salasso, un sacerdote, faccia a zanardi e voce a bari, con l’occhio pesto ma senza pari, tira anatemi, distrugge schemi, cinge la gogna e s’inghigliotta senza patema. emblema? forse di un giorno, forse di un forno sorto per pane, forse di un corno, morto reame, forse di un porno, sesso e reclàme, forse ritorno, morso di fame.

l’obolo acceso suadente romano sfottente… che grande sorriso e voce da ollio che già tu hai deriso.

belle finestre di luce sforate, non c’è panorama, non c’è visuale, il nuovo e moderno è temuto nel tuo pappamondo d’un film.

la storia non c’è, è un ghigno beffardo, petardo scoppiato in mano nascosta che sposta e sotterra forzieri e sentieri.

ma brilla il dileggio di tanto romano, non cuore francese e non tanta poesia (se non tua, la mia) a dare impressione, ma due pecorelle coi fori al tramonto a chi non è io (e non certo un cazzo) ribastano a dare immagin burina poesia latina da quattr’ammazzo.

chiudo cor belli, patron romano,
che se ‘mpomata ma nunn’è nfamo
e te sbusciarda venenno prima,
tradendo er vezzo d’antica rima.

chiudo le rive e i ponticelli,
se ‘n tipo sveglio, sor monicelli,
te fai er firmone, de larghe intese,
ma sei sornione come ‘er marchese.

LI SOPRANI DER MONNO VECCHIO (G.G.Belli)

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
«Iö sò io e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.
Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
Pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà, nun ve strapazzo,
Ché la vita e la robba Io ve l’affitto.
Chi abbita a sto monno senza er titolo
O dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
Quello nun pò avé mmai vosce in capitolo.»
Co st’editto annò er boja pe ccuriero,
Interroganno tutti in zur tenore;
E arisposeno tutti: È vvero, è vvero.

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale n.15, pag.10, giugno 2009

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